mercoledì 29 aprile 2009

Apologia di (un) Comunicatore

Erano gli inizi degli anni ’90.
Spuntava l’alba di una nuova epoca, ardeva la flebile fiamma del rinnovamento, spirava il vento di una primavera accademica che avrebbe generato ergo edotto una prole imberbe ed entusiasta di apprendere gli aspetti economici, linguistici, statistici, giuridici, semiotici, filosofici, estetici, “tecnicistici” (del cinema, della televisione, della radio, della pubblicità, della stampa, delle figurine Panini), sociologici, psicologici (ciascuna categoria comprendente gustose sfumature sulle quali sorvoliamo) afferenti ad un’area di studio ibrida, tendenzialmente umanistica, mancante però di uno statuto di dignità accademica pari a quello delle sorelle maggiori, orfana - quindi - di un’aureola sotto cui parare l’indefesso rigore celato dietro a neutre ma distinte denominazioni di titoli di studio, sprovvista - cioè - dell’orgoglio sintetizzabile con l’espressione: cioè, perché noi studiamo Giury e voi non siete un ca…

Ab origine, il corso di laurea si articolava in un triennio comune e in un biennio di indirizzo.
Gli indirizzi erano comunicazioni di massa e comunicazione d'impresa. Solo in due avvedute università, Roma Lumsa (privata) e Università degli Studi di Palermo, era attiva anche una convenzione con l’Ordine nazionale dei giornalisti nell'indirizzo giornalismo, molto simile a comunicazioni di massa ma comprendente anche, per 15 studenti selezionati al terzo anno, il praticantato giornalistico. Una ghiotta occasione.
All'Università di Genova era attivo il corso di diploma universitario in Giornalismo di durata triennale, che pure prevedeva il praticantato, senza alcuna convenzione. Una occasione un po’ tirchia, pur sempre un’occasione.

Nell’anno del Signore 2000 d.C. il senato accademico dell’Università la Sapienza di Roma delibera l'istituzione della prima facoltà di Scienze della Comunicazione presso una università statale.
La facoltà di Scienze della Comunicazione diventa pubblica. Da quel momento, tutti potranno accedere alle varie sedi che sorgeranno un po’ ovunque.
Ed ecco come la nascente opportunità tramutava in dilagante necessità: al grido di Vamos a matar, companeros! squadre di valorosi giovinetti assaltavano le segreterie degli atenei prescelti e riponevano le proprie aspirazioni, altresì dette esaltazioni, nel modulino di iscrizione a quella facoltà.

Era il 2000. Il futuro passava anche tra i banchi di scuola. Vi inciampò subito dopo.

I
Ebbene cittadini, io devo prima di tutto difendermi dalle false accuse che mi furono mosse per il passato dai miei primi accusatori, poi risponderò a quelle più recenti e agli accusatori attuali.
Debbo difendermi dalle calunnie iniziate molto prima di Maurizio Anito Sacconi e compagni, da parte di chi si è divertito a denigrare la mia categoria, dicendovi che c’era un certo Comunicatore, un finto sapientone, tutto intento a indagare sui fenomeni della televisione e sui misteri che cela l’ingannevole concorrenza Mediaset – Rai, magari interessato al cinema, al teatro, alla letteratura, capace di far passare come professione una attività che tutti facciamo abitualmente nel salotto delle nostre case. Non occorre certo una laurea.
Se mi sentirete parlare come quando anni fa mi iscrissi a quella facoltà, non scandalizzatevi.
La coerenza forse è peccato, ma per me vale come verità.

II
Riprendiamo la cosa dal principio e vediamo un po' quale è stata l'accusa da cui, poi, è derivata questa brutta fama nei miei riguardi per cui Maurizio Meleto Sacconi (strano caso di omonimia, amici) si è sentito in dovere di promuovere contro di me questo processo. Vediamo un po': cosa dicevano i miei calunniatori? Leggiamo l'atto di accusa, come se essi fossero degli accusatori in piena regola: «Comunicatore è colpevole; perde il suo tempo scrutando i misteri dei mezzi di comunicazione congiunti a quelli della politica, fa passare per cultura anche la Settimana Enigmistica e insegna agli altri queste cose.»
E prosegue: «I laureati in Scienze della Comunicazione, che pretendono di accostarsi a delle professioni che - in assenza dell’intercessione dell’oracolo di Delfi (ti raccomando questo giovane, è un amico mio), di denaro sufficiente da investire in un ottimo Master promosso da Gorgia di Lentini della portata di 14 mila euro, di umiltà nel rendere servigia gratis per anni a Prodico di Ceo con il rischio di non ottenere che vana gloria - sono di fatto inaccessibili, riscoprano il valore dei lavori artigianali. Eviteremmo il rischio di doverci piegare all’utilizzo di tanti immigrati clandestini per la raccolta dei pomodori, pratica francamente indegna per un Paese civile come il nostro.»

III
Ma, ora, qualcuno di voi, probabilmente, potrebbe obbiettarmi: «Ma allora, Comunicatore, com'è nato tutto questo pasticcio? Da dove son venute fuori tutte queste accuse contro di te? Certo è che se tu avessi scelto un’altra facoltà, non sarebbe nata, nei tuoi riguardi, una simile diceria. Dicci, quindi, come stanno le cose perché non sia avventato il nostro giudizio.»
Vedete amici, tutta questa bella reputazione me la sono fatta per la sapienza. No no, non deridetemi, vi prego. La mia reputazione è nata da una scelta fatta anni fa, quando la facoltà per la quale sono incriminato iniziava ad espandersi come il vociare dei venditori in pubblica piazza.
D’altronde la mia attuale età, amici, convalida il fatto che io mi sia iscritto all’università ben prima della nascita di quel discolo di Platone che mi sta sempre tra i piedi, dunque è plausibile che io abbia dato preferenza alla genuina inesperienza di non sapere quale fosse il destino di un’entità che all’epoca, pareva buona ed onesta.

Volevo studiare, e mi veniva offerta la succulenta pietanza su un piatto dove fumavano i miei originari ed attuali interessi.

Desideravo, con la timida ambizione di un giovane cresciuto nella remota polis di una provincia attica, desideravo aderire ad un percorso di studi che all’epoca - quando la rete si addiceva al pescatore venuto dal Pireo e la connessione ad internet era chimera poco diffusa, quando ci si informava attraverso l’araldo e le satire di quel furbetto di Aristofane del sabato sera servivano per un po’di sano relax - sembrava promettente anche per offerta occupazionale.

Io dunque non sapevo. Sapevo di non sapere, un vizio che tutt’oggi mi è rimasto.

Non era Lettere (eppure esse mi interessavano, e quanto!), non era Filosofia (in quella forse sono uno tra i migliori, ma non accusatemi pure di vanto o da qui non se ne esce vivi), non era Storia (la Magistra Vitae), non era niente di già esistente e condiviso. Non era una facoltà umanistica tradizionale. Era Scienze della Comunicazione.

Ebbene Amici, questa è la mia colpa. Tra tutte le strade che conducono all’Uomo io ho scelto quella che a detta dei più si è rivelata vicolo orbo di tanto spiro. (tradunt cieco)
Tra tutte le Miss, ho invocato e reso le mie volontà intellettuali ad una dea minore.

IV
Comunque penso che quanto ho detto sia sufficiente contro le calunnie dei miei primi accusatori. E ora passiamo a Maurizio Meleto Sacconi, uomo onesto e buon patriota, come egli va dicendo, e agli accusatori più recenti. Come se questi fossero diversi, prendiamo anche la loro dichiarazione giurata. Essa dice presso a poco così: «Comunicatore è colpevole perché tenta di corrompere chi crede nel valore della cultura imbellettato solo di un pezzo di carta che ha poco appeal. Egli alimenta il mito fasullo di una società di laureati. Come se non bastasse quello di una classe politica efficiente»

Amici, io dico invece che il colpevole è proprio Maurizio Meleto Sacconi che scherza su cose serie, che a cuor leggero ti trascina un uomo in tribunale, che fa lo zelante e finge di prendersi cura di cose alle quali non s'è mai interessato. E ve lo dimostrerò.

«E allora, Maurizio Meleto Sacconi, dimmi un po’: è bene che una società evoluta e moderna fondi il proprio sviluppo sulle generazioni a venire? »

«Si, certamente. »

«E tu concordi con me nel ritenere che la preparazione culturale di una persona passi anche, ma non esclusivamente, attraverso gli studi universitari? »

«Esatto. Maggiore è l’approfondimento, più grande sarà la preparazione e la gloria nei cieli dello scibile.»

«Ebbene, Maurizio Meleto Sacconi, dicci: quali sarebbero le facoltà universitarie che preparano al meglio un giovane al futuro? »

«Di certo tutte le facoltà scientifiche. E le facoltà serie, più in generale. »

«Tralasciamo per un attimo il tuo personale concetto di serietà, talmente pregno di significati che, dalla scuola di Talete in poi, è ancora sottoposto al vaglio della comunità filosofica.
E di quelle umanistiche cosa ne pensi? »

«Con i dovuti criteri di accesso regolati da un po’ di buonsenso, tutte le facoltà universitarie hanno diritto di esistere. »

«Ecco Maurizio Meleto Sacconi. Siamo d’accordo. Allora dimmi, perché conduci questa battaglia esclusivamente nei confronti di Scienze della Comunicazione? »

«Perché essa ha disatteso gli obiettivi proposti alla sua nascita. Non serve a nulla, se non a camuffare l’ignoranza di chi vi si iscrive. »

«Ma allora perché non la chiudete? Se a nulla serve, inutile mantenerla in vita. »

«Non è compito mio disattivare un corso di laurea. E poi “mantenere in vita sempre e comunque” è il mio motto. Lo sanno bene quelli di Udine.»

E allora, cittadini, mi sembra evidente quello che dicevo, che cioè Maurizio Meleto Sacconi non s'è mai minimamente curato di queste cose.

«Bene Maurizio Meleto Sacconi, allora dimmi un po’: perché io sarei ignorante? Perché mi sono laureato in Scienze della Comunicazione? »

«Si. Esatto. »

«Ma tu sai come ho condotto il mio iter studiorum? (prevedo il futuro, parlo già in latino!) »

«No. E me ne guardo bene dal saperlo.»

«Sai che mi sono laureato con una tesi in Filosofia dei linguaggi sostenendo che il linguaggio si fondi su un fare amebeico, sul doppio spartito exo – endo somatico, sull’intenzionalità comunicativa, smontando polverose teorie segniche di una preoccupante setta chiamata la “setta della semeiosi” nota per l’antipatica abitudine di fare di tutto il segno un fascio? »

«No. Ma che vuol dire.»

«Sai che ci sono miei colleghi che hanno lavorato a ricerche in materia di Diritto antitrust relativamente ad uno dei più noti casi di abuso di posizione dominante nell’ambito informatico, che nulla toglierebbero a quelle di un giovane studioso di Giurisprudenza per la finezza dell’analisi e per la serietà delle norme coinvolte nell’argomentazione?»

«No.»

«Un’altra mia collega, ha scomodato persino alcuni eminenti studiosi di Storia dell’arte (beccandosi non pochi improperi) per misurare i suoi risultati circa le analisi delle illustrazioni di una fiaba di uno scrittore fiammingo ispirata ad un quadro di P. Bruegel il Vecchio. Ne sai qualcosa? »

«No. Comunque anch’io ho molti amici, giochiamo sempre a Cucù, anche se preferiamo Palla Avvelenata. Voglio aggiungere che quelli come voi non avranno di che farsene di queste belle parole senza la possibilità di un impiego. »

«Grazie per aver anticipato quello che stavo per chiederti. Ne fai una questione di scelta poco strategica ai fini occupazionali. Può darsi tu abbia ragione. Ma dimmi, tutti le altre facoltà umanistiche assicurano una qualità di impiego migliore della nostra? Che mi dici delle 90.000 cattedre di insegnamento tagliate in tre anni? »

«In questo momento non ricordo ma vedi di mettere fine a questa lagna tendenziosa. Sono convinto che in tempo di crisi i giovani debbano essere pronti anche a fare lavori lontani dal percorso di studi scelto. E nel caso, arruolarsi volontariamente nell’Esercito.»

Sei incredibile, Maurizio Meleto Sacconi! Tu stesso non puoi credere a quello che dici.
Vedete, cittadini, a me pare proprio che costui sia un impudente e un violento e che abbia stilato questa accusa sotto l'impulso e l'avventatezza della sua giovane età. Somiglia proprio a uno che, per mettermi alla prova, imbastisce un rebus: «Vediamo un po' se quel sapiente di Comunicatore s'accorgerà che io sto scherzando e mi sto contraddicendo o se riesco a infinocchiarlo insieme agli altri che mi ascoltano.»

V
Insomma, cittadini, a me pare che non occorra un'ulteriore difesa per dimostrare l'infondatezza dell'accusa di Maurizio Meleto Sacconi, ma che siano sufficienti le cose già dette.
La verità è, invece, che io mi sono attirato l'odio di molti ed è questo che mi perderà. Se io verrò condannato, non sarà certo né per Maurizio Meleto Sacconi, né per Maurizio Anito Sacconi, ma per l'invidia e la generale calunnia. Esse hanno portato alla rovina molti altri galantuomini e molti ancora ne perderanno. Ah, io, certo, non sarò l'ultimo.

Tutto questo amici, per dirvi che se esiste una verità è quella che attiene alla storia e alla coscienza di ciascuno di noi.
Sarei un pazzo se credessi alla sufficienza di un mero titolo di studio per dirmi colto, peccherei di presunzione se, dato l’addio all’università, avessi ambito ad un posto nella top ten del Pritaneo, mi guardo bene dal dirmi arrivato e di considerarmi una rarità sul mercato del lavoro. Ho ancora molto da imparare e la fine è sempre il principio di una realtà più complessa, sebbene più affascinante.

Tra le mie fantasie, non vi è niente più che un po’ di salute, una onesta occupazione e qualche moneta per farmi un bicchierino al riparo dalle ire di Santippe.

Ma questo, non deve permettere a nessuno, tantomeno agli accusatori che mi hanno condotto qui al vostro cospetto, di dileggiare me e la mia onestà intellettuale, di buttarmi in pasto al facile chiacchiericcio dell’uomo - massa ateniese e di creare un alibi alle nefandezze di coloro che hanno sottilmente lavorato alla creazione dello stereotipo del “comunicatore da macello” peccando per ben due ragioni: per aver incentivato l’animo dei meno motivati alla leggenda di una laurea facile da 110 e lode a iosa e per infliggere pene a coloro che, a causa proprio di quest’ultimi e del polverone alzato dai vari Meleto, Anito e l’intera banda degli “onesti”, debbono spesso fronteggiare un clima inquisitorio brandendo il crocifisso della loro buona fede mista ad una modesta ma solida cultura di base.

Ditemi cittadini a chi giova questa rappresentazione se non proprio a voi, sadici testimoni di questo tristo spettacolo, che mi condannate ora alla morte.
Ebbene, non sarà il televoto a decidere della mia fine e se voi credete che ciò sia giusto, non mi opporrò al volere delle Moire.
Ma è giunta, ormai, l'ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne dio.
(Però dove deve andare Maurizio Meleto Sacconi, per fortuna, lo sa dio ma lo sappiamo anche noi.)

martedì 28 aprile 2009

Quando non va, non va

Silvia, appena puoi, vieni nel mio ufficio.
Arrivo.

Permesso?
Prego, accomodati Silvia.
Grazie.

Come avrai visto, Giacomo è andato via.
Si. Mi dispiace molto, immagino che…
Insomma Silvia, quando non va, non va . Abbiamo dovuto farlo.
…ah …ehm.. si, capisco. (???)
Purtroppo in questi casi la decisione deve essere presa repentinamente…
Certo, certo (???)
E quindi siamo stati costretti a licenziarlo…
..ehm, già…peccato (??!)
Comunque non lasciarti condizionare da questi fatti, per ora non prevediamo altri tagli...
Bè, sono contenta.
Ora torna al tuo posto e continua le tue telefonate...
Va bene, vado. Ciao, a presto.
Ciao.

Bè, allora? Perché piangi?
Sto morendo dal ridere, credimi.

Che ti ha detto?
Mi ha detto che quando non va, non va.

Cioè? Che vuoi dire?Parla!
Insomma, mi ha chiamata nel suo ufficio per dirmi che… hanno licenziato Giacomo.

Cosa? Ahahah, incredibile.
Eh già.

Io all’inizio pensavo che mi stesse spiegando perché Giacomo avesse rassegnato di punto in bianco le dimissioni, dopo aver preso coscienza di non voler più lavorare in questa gabbia di matti. Anzi. Credevo facesse pure un atto di umiltà ammettendo il fatto che loro lo avessero costretto a ripensarci ma che Giacomo non avesse voluto sentire ragioni lasciandoli di soppiatto nel giro di mezza giornata.

E quindi?
E quindi ho dovuto trattenere una risata isterica quando mi ha propinato la storia del licenziamento, peraltro dipingendola come una decisione presa repentinamente, quasi fosse una questione di vita o di morte quella di congedare Giacomo in maniera fulminea.

Ma dai, è assurdo.
Questa gliela dobbiamo dire.

Pronto Giacomo? Hai due minuti per sentire l’ultima? S’intitola Quando non va, non va.

lunedì 20 aprile 2009

Padre Nostro

«Ma come, lei non ha un conto in banca?»
«Esattamente, non ho un conto in banca. »
«…»
«…»
«Scusi, perché non se ne apre uno? »
«Scusi lei, come farei ad aprirne uno? »
«…»
«…»
«È l’evoluzione dell’uomo e della specie ad imporcelo. »
«Per il momento, proprio perché sono una persona evoluta o meglio, educata, mi impongo di non dirle a chiare lettere perché non posso aprirmi un conto in banca! »
«…»
«…»
Certo, arrivare alla veneranda età di 26 anni e non possedere un conto corrente bancario è cosa assai curiosa.
Diciamolo chiaramente: è cosa grave.
Ricordo ancora con emozione la prima volta in cui mi chiesero l’Iban e lo stupore della malcapitata persona cui dovetti ammettere con rammarico e vergogna la mia terribile verità (dopo essermi adeguatamente informata su cosa fosse):«Ehm, no, non ho un conto in banca.»
La memoria riecheggia parole che rimbalzano ancora vive nel cervello, espandendosi in suoni lunghi, cupi ma distinti: N o N h O u N c O n T o I n B a N c A… e giù una serie infinita di ululati da fantasma formaggino dei poveri.
Come si fa a condurre e gioire di una esistenza terrena, ergo materiale, ergo consumistica, senza disporre di uno strumento che semplifichi la gestione del denaro e al contempo consenta la raccolta dei risparmi destinati a fronteggiare le spese correnti?
Come si fa ad arrivare a 26 e dico 26 anni senza poter scandire in modo del tutto naturale cifre che costituiscono una geniale combinazione dei preistorici codici ABI e CAB?
Non avendo, per l’appunto, nulla da semplificare, tantomeno da scandire.
Grazie all’ indisponibilità di una cospicua mole di denaro da gestire e grazie all’assenza di una impellente esigenza di risparmio, le spese correnti vengono fronteggiate attraverso transazioni elementari come aprire il portafogli e versare alla persona preposta il denaro sufficiente all’espletazione della transazione.
Se poi mi è qui consentito scendere in triviali dettagli - e prego coloro che hanno già assunto espressioni di disgusto di non proseguire la lettura - non trafficando una mole di denaro atta a rimpinguarsi ciclicamente (circa una volta al mese, proprio come uno stipendio), dunque non dinamica bensì “stitica”, luoghi deputati al risparmio letteralmente “autogestito”, sono ancora per il momento i libri: tra le pagine di manuali che mai oserei aprire se non per un controllo veloce degli emolumenti risparmiati, spunta una busta bianca contenente qualche biglietto verde o arancione del valore di cento e cinquanta euro.
A fine anno, Italo Svevo non pretende spese di gestione dall’altro mondo, impegnato com’è nel fare ancora i conti con la Coscienza di Zeno.
E i soli interessi prodotti e capitalizzati sono sempre gli stessi: recitare la solita, mesta, preghiera.

Padre Nostro che sei nei cieli,
fa che io possa avere un lavoro regolato da un contratto
capace di assicurarmi una retribuzione mensile
continua, la quale mi infonda il giusto ottimismo
per aprire un conto in banca senza l’affanno
di sapere se e come poterlo sostenere in futuro.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
cioè fa che io possa trovare soddisfazione nella professione cui accedo
attraverso un contratto stage, perché se sfortunatamente
dovesse mancarmi codesta condizione, quale gratificazione
potrei avere nel lavorare un minimo di 8 ore al giorno per 400 euro
di rimborso spese mensile a Milano, città così parca nei costi e
nell’atmosfera discretamente respirabile?

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori:
se tu dovessi farmi avere un lavoro con le sopraesposte condizioni
ed io potessi quindi essere dotata di tutti i crismi
imposti dal buonsenso per aprire un conto in banca, sarei
ben lieta di fornire a quel datore di lavoro che mi retribuisce
400 euro per un contratto a progetto, un vituperato codice Iban.

E non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male
quando alla prossima domanda sul perché io non sia correntista
sia correntemente portata a rispondere, non insistendo con eventuali
giustificazioni sulle mie personali scelte di vita
e prevenendo opportune precisazioni sulle presunte
evoluzioni della specie:

«Scusi, perché non se ne apre uno? »
«Perché sono cazzi miei!»

Non indurci in tentazione, ma liberaci dal male.
Amen.