mercoledì 27 maggio 2009

La perduta civiltà del Cul

Signore e signori, siamo orgogliosi di terminare il nostro ciclo di incontri dedicati alle meraviglie perdute di Italide con il seminario di quest’oggi, il cui titolo ricorda vagamente i versi dell’illustre poeta Gigio Mercantini “ Eran 60 milioni, erano giovani e forti e sono morti.”

Dai frammenti pervenutici dall’autorevole Museo delle Antichità di Italide che ha sede in un incantevole borgo di origine medioevale, il Fidenza Village, promotore di diverse iniziative volte al recupero culturale e antropologico dei popoli che infinito lustro conferirono alla civiltà eternamente perduta, possiamo stabilire con una certa sicumera che tra tutti quelli esaminati fin’ora, il più stimato fu indubbiamente il popolo Cul.

Siamo a conoscenza del fatto che i Cul presero un decisivo sopravvento nel corso del XX secolo, tuttavia esisterebbero diverse ipotesi sulla loro origine. La più accreditata è l'ipotesi folcloristica.
Narra la leggenda che nello splendido stivale a forma di paese, tale stirpe nacque agli inizi degli anni '80 del XX secolo dall’incrocio tra un commerciante di Rolex falsi e una imprecisata figura femminile nota per affabulare i turisti con il gioco delle tre carte e radicò ben presto in tutto il territorio, generando centinaia e centinaia di esemplari.

Le carte in nostro possesso attestano numerose espressioni del genio Cul, famoso anche oltreoceano e additato da tutte le nazioni europee come singolare celebrazione del più comune cittadino italideo.
Le manifestazioni più sobrie di questa razza, sono conservate nei verbali di un’autorità dell’epoca chiamata Polizia municipale. Tali annotazioni verificano come i Cul volessero primeggiare su tutto e tra tutti, senza ossequio alle regole preposte, consultabili in un pratico manuale chiamato Codice della Strada. Tanto per fare un esempio, pare che il Cul usasse parcheggiare la vettura in doppia fila - a volte anche in verticale sfidando la legge di gravità - pur di guadagnare il proprio quarticello di manto stradale, indifferente alle proteste di qualsiasi iniquo cittadino comune.
Non solo.
Attestazioni della presenza Cul si possono trovare in molti altri ambiti. Nei templi dedicati alla socializzazione di massa come i centri commerciali, il Cul era espressione della furbizia applicata al concetto di ordine sequenziale, meglio noto con il termine fila.
Il Cul non ammetteva tale anomala consuetudine e, ignorando proteste e lamentele del solito rappresentante di bassa categoria, sfidava ordini e sequenze carpendo il momento buono per farsi largo con atteggiamento mansueto. Ne abbiamo conferma grazie al ritrovamento di centinaia di carrelli sventrati dopo un amichevole confronto sportivo sedato a colpi di baguette. Ma è ancora poco.
I documenti che abbiamo esaminato, ci hanno offerto un excursus di fatti e riproduzioni storiche a testimonianza di quanto la diffusione dei Cul fosse capillare ed eterogenea in diversi settori della società italidea che non possiamo citare singolarmente per ragioni di tempo. Rischieremmo di impiegare diverse settimane ma, nonostante il vivo interesse per la civiltà Cul, non possiamo dedicare ad essa più tempo di quanto l’Italide impiegò a riconoscerne la presenza, cioè, neanche un minuto.

Pare infatti che questa nazione ricca e prospera di bellezza e cultura, apprezzasse enormemente i Cul tanto da designarne molti alle più alte cariche dell’Impero (tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo il concetto di Stato in Italide subì una repentina regressione storica) e costituirne una vera e propria associazione estesa a mo’ di ragnatela, occupante in maniera un pò sospetta - lo ammettiamo - numerosi posti pubblici, alcuni dei quali accessibili mediante concorso.
Non a caso, ci giungono frammenti circa uno tra i maggiori detentori del consenso popolare, quello che un buon giocatore di carte dell'epoca avrebbe chiamato "l’ Asso piglia tutto", che pare fosse una tra le migliori espressioni della stirpe in questione. Sappiamo che egli ebbe un ruolo prestigioso in Italide, riconducibile in maniera non univoca alla televisione, alla politica, allo sport finanche ai locali notturni come streap man. Egli era in ogni dove, tanta era la bravura e tanto era il consenso a lui riconosciuto (non è un caso che qualche storico malizioso negli anni a venire abbia considerato tale dilagante protagonismo indice di conflitto, il conflitto di interesse del Cul).

La magnificenza scolpita nella plasticità del suo sorriso, i modi galanti riservati indistintamente e senza alcuna formalità a chiunque (primo ministro o gelataio erano da lui trattati con pari confidenza), l’efferato senso della legalità messo più volte sotto accusa, provato ma mai effettivamente punito, pare abbiano elevato di molti e molti metri la caratura etica e morale della razza Cul. A lui, il cui nome completo ci è purtroppo ignoto se non per il finale "sconi", si attribuiscono indimenticabili orazioni che, in coerenza con il suo incarico ufficiale e in accordo con il bon ton delle grandi occasioni, hanno sempre soddisfatto i suoi sostenitori, cioè tutti, non possedendo attualmente prove che affermino l’esistenza di oppositori.

L'abile atteggiamento del superbo Cul era tuttavia mitigato da una formula che conferiva maggiore dignità ai fatti che riguardavano la sua vita privata e pubblica, la prima prepotentemente agganciata alla seconda: “E’ tutta colpa della sinistra”.
Non sappiamo se tale rituale derivasse dal suo essere mancino, dalla sua anca incrinata a sinistra, dal suo essere orbo dall’occhio sinistro, ma riteniamo che l’intento fosse chiaramente quello di chiedere scusa per la sua lieve ed eventuale insufficienza fisica. Proprio tale umiltà lo rese un Dio sceso in terra e il suo popolo lo venerò e dichiarò capace di intendere, volere e di agire indiscriminatamente per i successivi 150 anni, trascorsi i quali, in una sorta di epico epilogo, la civiltà di Italide fu ricoperta interamente di acqua e scomparve, emulando una trisavola illustre di nome Atlantide.

Per gli appassionati di filologia ecco un’ultima curiosità: i Cul avevano una lampante somiglianza tra loro, per cui quando l’uomo comune senza tale privilegio ne incontrava un esemplare, soleva omaggiarlo con un saluto carico di ammirazione come hai la faccia proprio come il Cul oppure che faccia da Cul.
Raramente ma non troppo, all’interno della stessa razza, per augurarsi buona ventura utilizzavano la formula vai a prendertelo nel Cul.

Ahinoi, non sapremo mai la natura di quale incommensurabile fortuna.

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