Signore e signori, siamo orgogliosi di terminare il nostro ciclo di incontri dedicati alle meraviglie perdute di Italide con il seminario di quest’oggi, il cui titolo ricorda vagamente i versi dell’illustre poeta Gigio Mercantini “ Eran 60 milioni, erano giovani e forti e sono morti.”
Dai frammenti pervenutici dall’autorevole Museo delle Antichità di Italide che ha sede in un incantevole borgo di origine medioevale, il Fidenza Village, promotore di diverse iniziative volte al recupero culturale e antropologico dei popoli che infinito lustro conferirono alla civiltà eternamente perduta, possiamo stabilire con una certa sicumera che tra tutti quelli esaminati fin’ora, il più stimato fu indubbiamente il popolo Cul.
Siamo a conoscenza del fatto che i Cul presero un decisivo sopravvento nel corso del XX secolo, tuttavia esisterebbero diverse ipotesi sulla loro origine. La più accreditata è l'ipotesi folcloristica.
Narra la leggenda che nello splendido stivale a forma di paese, tale stirpe nacque agli inizi degli anni '80 del XX secolo dall’incrocio tra un commerciante di Rolex falsi e una imprecisata figura femminile nota per affabulare i turisti con il gioco delle tre carte e radicò ben presto in tutto il territorio, generando centinaia e centinaia di esemplari.
Le carte in nostro possesso attestano numerose espressioni del genio Cul, famoso anche oltreoceano e additato da tutte le nazioni europee come singolare celebrazione del più comune cittadino italideo.
Le manifestazioni più sobrie di questa razza, sono conservate nei verbali di un’autorità dell’epoca chiamata Polizia municipale. Tali annotazioni verificano come i Cul volessero primeggiare su tutto e tra tutti, senza ossequio alle regole preposte, consultabili in un pratico manuale chiamato Codice della Strada. Tanto per fare un esempio, pare che il Cul usasse parcheggiare la vettura in doppia fila - a volte anche in verticale sfidando la legge di gravità - pur di guadagnare il proprio quarticello di manto stradale, indifferente alle proteste di qualsiasi iniquo cittadino comune.
Non solo.
Attestazioni della presenza Cul si possono trovare in molti altri ambiti. Nei templi dedicati alla socializzazione di massa come i centri commerciali, il Cul era espressione della furbizia applicata al concetto di ordine sequenziale, meglio noto con il termine fila.
Il Cul non ammetteva tale anomala consuetudine e, ignorando proteste e lamentele del solito rappresentante di bassa categoria, sfidava ordini e sequenze carpendo il momento buono per farsi largo con atteggiamento mansueto. Ne abbiamo conferma grazie al ritrovamento di centinaia di carrelli sventrati dopo un amichevole confronto sportivo sedato a colpi di baguette. Ma è ancora poco.
I documenti che abbiamo esaminato, ci hanno offerto un excursus di fatti e riproduzioni storiche a testimonianza di quanto la diffusione dei Cul fosse capillare ed eterogenea in diversi settori della società italidea che non possiamo citare singolarmente per ragioni di tempo. Rischieremmo di impiegare diverse settimane ma, nonostante il vivo interesse per la civiltà Cul, non possiamo dedicare ad essa più tempo di quanto l’Italide impiegò a riconoscerne la presenza, cioè, neanche un minuto.
Pare infatti che questa nazione ricca e prospera di bellezza e cultura, apprezzasse enormemente i Cul tanto da designarne molti alle più alte cariche dell’Impero (tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo il concetto di Stato in Italide subì una repentina regressione storica) e costituirne una vera e propria associazione estesa a mo’ di ragnatela, occupante in maniera un pò sospetta - lo ammettiamo - numerosi posti pubblici, alcuni dei quali accessibili mediante concorso.
Non a caso, ci giungono frammenti circa uno tra i maggiori detentori del consenso popolare, quello che un buon giocatore di carte dell'epoca avrebbe chiamato "l’ Asso piglia tutto", che pare fosse una tra le migliori espressioni della stirpe in questione. Sappiamo che egli ebbe un ruolo prestigioso in Italide, riconducibile in maniera non univoca alla televisione, alla politica, allo sport finanche ai locali notturni come streap man. Egli era in ogni dove, tanta era la bravura e tanto era il consenso a lui riconosciuto (non è un caso che qualche storico malizioso negli anni a venire abbia considerato tale dilagante protagonismo indice di conflitto, il conflitto di interesse del Cul).
La magnificenza scolpita nella plasticità del suo sorriso, i modi galanti riservati indistintamente e senza alcuna formalità a chiunque (primo ministro o gelataio erano da lui trattati con pari confidenza), l’efferato senso della legalità messo più volte sotto accusa, provato ma mai effettivamente punito, pare abbiano elevato di molti e molti metri la caratura etica e morale della razza Cul. A lui, il cui nome completo ci è purtroppo ignoto se non per il finale "sconi", si attribuiscono indimenticabili orazioni che, in coerenza con il suo incarico ufficiale e in accordo con il bon ton delle grandi occasioni, hanno sempre soddisfatto i suoi sostenitori, cioè tutti, non possedendo attualmente prove che affermino l’esistenza di oppositori.
L'abile atteggiamento del superbo Cul era tuttavia mitigato da una formula che conferiva maggiore dignità ai fatti che riguardavano la sua vita privata e pubblica, la prima prepotentemente agganciata alla seconda: “E’ tutta colpa della sinistra”.
Non sappiamo se tale rituale derivasse dal suo essere mancino, dalla sua anca incrinata a sinistra, dal suo essere orbo dall’occhio sinistro, ma riteniamo che l’intento fosse chiaramente quello di chiedere scusa per la sua lieve ed eventuale insufficienza fisica. Proprio tale umiltà lo rese un Dio sceso in terra e il suo popolo lo venerò e dichiarò capace di intendere, volere e di agire indiscriminatamente per i successivi 150 anni, trascorsi i quali, in una sorta di epico epilogo, la civiltà di Italide fu ricoperta interamente di acqua e scomparve, emulando una trisavola illustre di nome Atlantide.
Per gli appassionati di filologia ecco un’ultima curiosità: i Cul avevano una lampante somiglianza tra loro, per cui quando l’uomo comune senza tale privilegio ne incontrava un esemplare, soleva omaggiarlo con un saluto carico di ammirazione come hai la faccia proprio come il Cul oppure che faccia da Cul.
Raramente ma non troppo, all’interno della stessa razza, per augurarsi buona ventura utilizzavano la formula vai a prendertelo nel Cul.
Ahinoi, non sapremo mai la natura di quale incommensurabile fortuna.
mercoledì 27 maggio 2009
La perduta civiltà del Cul
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mercoledì 20 maggio 2009
Il sogno nel cassetto (di Silvano)
Facevo due passi nel parchetto Trullallò
quando alla mia vista una figura balenò
un non vecchio signore al sole rivolto
con pipa, giornale, sotto braccio un involto
mi faccio vicina, son molto curiosa,
quel fagotto non miagola, non fa le fusa
penso un pretesto per attaccare bottone,
non trovo nient’altro che buongiorno, il suo nome?
Il signore mi guarda, sorride di gusto,
dice Silvano, ma non è il quesito giusto
E' vero, ha ragione, era solo una scusa,
è nuovo del posto o son io confusa?
Il signore esitante mi guarda perplesso
fanciulla suvvia, non son mica fesso
resto in silenzio e scruto il fardello
ohibò non è gatto se spunta un pomello
gli dico Silvano, perché ha quel cassetto?
Il comodino è pesante, è ai piedi del letto
lo guardo in silenzio con aria incantata
ci siamo capiti, la notizia è scovata
Silvano il suo sogno lo porta a passeggio,
a fare la spesa, in bici, al maneggio
l’età più lontana non gli fa paura
da quando bambino lo afferrava con cura
a grandi e piccini di ogni generazione
Silvano rammenta questa lezione
non abbandonare i sogni infantili,
tienli con te, rendili vivi
riprendo i due passi nel parchetto Trullallò
e filo dritta a casa che questa storia scriverò
quando alla mia vista una figura balenò
un non vecchio signore al sole rivolto
con pipa, giornale, sotto braccio un involto
mi faccio vicina, son molto curiosa,
quel fagotto non miagola, non fa le fusa
penso un pretesto per attaccare bottone,
non trovo nient’altro che buongiorno, il suo nome?
Il signore mi guarda, sorride di gusto,
dice Silvano, ma non è il quesito giusto
E' vero, ha ragione, era solo una scusa,
è nuovo del posto o son io confusa?
Il signore esitante mi guarda perplesso
fanciulla suvvia, non son mica fesso
resto in silenzio e scruto il fardello
ohibò non è gatto se spunta un pomello
gli dico Silvano, perché ha quel cassetto?
Il comodino è pesante, è ai piedi del letto
lo guardo in silenzio con aria incantata
ci siamo capiti, la notizia è scovata
Silvano il suo sogno lo porta a passeggio,
a fare la spesa, in bici, al maneggio
l’età più lontana non gli fa paura
da quando bambino lo afferrava con cura
a grandi e piccini di ogni generazione
Silvano rammenta questa lezione
non abbandonare i sogni infantili,
tienli con te, rendili vivi
riprendo i due passi nel parchetto Trullallò
e filo dritta a casa che questa storia scriverò
giovedì 14 maggio 2009
Tre quarti (di soggetto a basso dispendio cerebrale) e una gazzosa
TITOLO: La consonante
DURATA: 3 minuti
GENERE: comedy
AUTORE: SilviaB. con la tacita collaborazione di Chiarina
Strada del centro di un’anonima provincia italiana. Macchina parcheggiata lungo il marciapiede. Uomo seduto al volante con entrambi i finestrini abbassati. Ha lo sguardo rivolto nella direzione di una vicina passante la quale risulta affetta da "tasso di sordità Amplifon" mediobasso. Tale "tasso di sordità A." in quel momento si combina fatalmente al rumore del traffico congestionato dell’immediato incrocio.
Uomo in macchina: S.usi? S.usi?
La passante a "tasso di sordità Amplifon" mediobasso ritiene che l'uomo la stia chiamando. Si avvicina prontamente al finestrino dell’uomo in macchina: Si, mi dica.
Uomo in macchina: Ehm, veramente stavo chiamando mia moglie. E' dietro di lei. Susy??
TITOLO: La connessione
DURATA: 15 minuti
GENERE: drammatico a lieto fine
AUTORE: SilviaB.
Buongiorno.
Buongiorno, si accomodi.
Allora, le devo installare il modem.
Certamente, può metterlo lì.
Si ma prima ho bisogno di creare la linea telefonica.
Facci, facci pure (ma come è umano lei)
Devo raggiungere la stanza-quadro accentramento dei contatori.
Ah si?
Ha idea di dove possa essere?
Eh no.
Scusi ma quando salta la luce lei dove la va a ripristinare?
Io? Veramente non è mai capitato che andasse via la luce.
Sottofondo musicale da circo. I due iniziano la ricerca della stanza in questione per tutto il palazzo. Il tecnico procede speditamente affindandosi al suo intuito da cercatore di reti telefoniche. Tenta di entrare nella casa di un vicino ma fortunatamente trova la porta chiusa.
All’improvviso l’apparizione: la porta della stanza dei contatori.
Compiuto il primo allaccio, il tecnico torna nell’appartamento e procede all’attivazione della linea telefonica, installa il modem, prova la connessione ad Internet, racconta fatti salienti della gioventù, chiede un bicchiere d’acqua specificatamente frizzante, si informa sul fatto che la padrona di casa sia fidanzata,alla risposta affermativa accetta di esserle semplicemente amico e prima di salutarsi si danno appuntamento al parco che scoprono di frequentare entrambi.
Non si rivedranno mai più ma vivranno nel ricordo di una reciproca simpatia.
TITOLO: Il saluto (omaggio a Lillo&Greg)
DURATA: 10 minuti
GENERE: drammatico con finale fantasy
AUTORE: SilviaB
Ansia e turbamento agitano la ragazza che sta per fare ingresso nel suo nuovo posto di lavoro.
Abbigliamento, trucco e parrucco sono particolarmente curati per non deviare la sua immagine di giovane giudiziosa che si avvia alla professione. La ragazza è vestita sobriamente con una punta di singolarità. Pose tattiche e sorriso di circostanza risultano ben studiate e coordinate con le prove generali di approccio ai futuri colleghi.
Entra in ufficio. Incontra la Signora Paraponzilli, vecchia amica del suo datore di lavoro, che sta andando via. La Signora Paraponzilli ha fama di essere persona poco incline alle formalità e ai convenevoli.
Al momento di incrociarsi, la ragazza rivolge un saluto alla Signora Paraponzilli con un cordiale “salve”.
La Sig.ra Paraponzilli replica accigliata: No eh, io il “salve” non lo posso sentire. Sai quante persone ho mandato via perché si presentavano da me come aspiranti segretarie e salutavano con il “salve”?
La scena è colma di sottile imbarazzo quando di colpo si scaraventa la porta d’ingresso e fa la sua comparsa il solenne Grande Capo Estiqaatsi, comunemente detto Esticazzi.
Accorrono anche i flash di una troupe che passava lì per caso cui fa seguito un affannato cronista con taccuino e bic alla mano. L’atmosfera è carica di misticismo.
L’incenso inizia a diffondersi nell'aura insieme a un grazioso sottofondo di flauti.
Il cronista avvicina il Grande Capo: Grande Capo, ha sentito? La ragazza si è rivolta con un “salve” alla Signora Paraponzilli che l'ha ripresa dicendo che non si saluta così. Lei cosa ne pensa?
Grande Capo: Signora Paraponzilli non approva il saluto “salve”?
Giornalista: No, appunto. Qual è il suo parere al riguardo?
Grande Capo: ESTICAZZI pensa che quando si è ben educati ognuno può salutare come vuole.Paraponzi ponzi pò.
DURATA: 3 minuti
GENERE: comedy
AUTORE: SilviaB. con la tacita collaborazione di Chiarina
Strada del centro di un’anonima provincia italiana. Macchina parcheggiata lungo il marciapiede. Uomo seduto al volante con entrambi i finestrini abbassati. Ha lo sguardo rivolto nella direzione di una vicina passante la quale risulta affetta da "tasso di sordità Amplifon" mediobasso. Tale "tasso di sordità A." in quel momento si combina fatalmente al rumore del traffico congestionato dell’immediato incrocio.
Uomo in macchina: S.usi? S.usi?
La passante a "tasso di sordità Amplifon" mediobasso ritiene che l'uomo la stia chiamando. Si avvicina prontamente al finestrino dell’uomo in macchina: Si, mi dica.
Uomo in macchina: Ehm, veramente stavo chiamando mia moglie. E' dietro di lei. Susy??
TITOLO: La connessione
DURATA: 15 minuti
GENERE: drammatico a lieto fine
AUTORE: SilviaB.
Buongiorno.
Buongiorno, si accomodi.
Allora, le devo installare il modem.
Certamente, può metterlo lì.
Si ma prima ho bisogno di creare la linea telefonica.
Facci, facci pure (ma come è umano lei)
Devo raggiungere la stanza-quadro accentramento dei contatori.
Ah si?
Ha idea di dove possa essere?
Eh no.
Scusi ma quando salta la luce lei dove la va a ripristinare?
Io? Veramente non è mai capitato che andasse via la luce.
Sottofondo musicale da circo. I due iniziano la ricerca della stanza in questione per tutto il palazzo. Il tecnico procede speditamente affindandosi al suo intuito da cercatore di reti telefoniche. Tenta di entrare nella casa di un vicino ma fortunatamente trova la porta chiusa.
All’improvviso l’apparizione: la porta della stanza dei contatori.
Compiuto il primo allaccio, il tecnico torna nell’appartamento e procede all’attivazione della linea telefonica, installa il modem, prova la connessione ad Internet, racconta fatti salienti della gioventù, chiede un bicchiere d’acqua specificatamente frizzante, si informa sul fatto che la padrona di casa sia fidanzata,alla risposta affermativa accetta di esserle semplicemente amico e prima di salutarsi si danno appuntamento al parco che scoprono di frequentare entrambi.
Non si rivedranno mai più ma vivranno nel ricordo di una reciproca simpatia.
TITOLO: Il saluto (omaggio a Lillo&Greg)
DURATA: 10 minuti
GENERE: drammatico con finale fantasy
AUTORE: SilviaB
Ansia e turbamento agitano la ragazza che sta per fare ingresso nel suo nuovo posto di lavoro.
Abbigliamento, trucco e parrucco sono particolarmente curati per non deviare la sua immagine di giovane giudiziosa che si avvia alla professione. La ragazza è vestita sobriamente con una punta di singolarità. Pose tattiche e sorriso di circostanza risultano ben studiate e coordinate con le prove generali di approccio ai futuri colleghi.
Entra in ufficio. Incontra la Signora Paraponzilli, vecchia amica del suo datore di lavoro, che sta andando via. La Signora Paraponzilli ha fama di essere persona poco incline alle formalità e ai convenevoli.
Al momento di incrociarsi, la ragazza rivolge un saluto alla Signora Paraponzilli con un cordiale “salve”.
La Sig.ra Paraponzilli replica accigliata: No eh, io il “salve” non lo posso sentire. Sai quante persone ho mandato via perché si presentavano da me come aspiranti segretarie e salutavano con il “salve”?
La scena è colma di sottile imbarazzo quando di colpo si scaraventa la porta d’ingresso e fa la sua comparsa il solenne Grande Capo Estiqaatsi, comunemente detto Esticazzi.
Accorrono anche i flash di una troupe che passava lì per caso cui fa seguito un affannato cronista con taccuino e bic alla mano. L’atmosfera è carica di misticismo.
L’incenso inizia a diffondersi nell'aura insieme a un grazioso sottofondo di flauti.
Il cronista avvicina il Grande Capo: Grande Capo, ha sentito? La ragazza si è rivolta con un “salve” alla Signora Paraponzilli che l'ha ripresa dicendo che non si saluta così. Lei cosa ne pensa?
Grande Capo: Signora Paraponzilli non approva il saluto “salve”?
Giornalista: No, appunto. Qual è il suo parere al riguardo?
Grande Capo: ESTICAZZI pensa che quando si è ben educati ognuno può salutare come vuole.Paraponzi ponzi pò.
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venerdì 8 maggio 2009
Ritratto
Ha una faccia che non promette nulla di buono a chi osa candidamente posarvi lo sguardo. In occasione di una serata pubblica, colpisce che allegorie mondane quali il convenevole, la buona conversazione, il sorriso di circostanza, non abitino quegli occhi piccoli, tondi e neri, incastonati nell’espressività di una faina rosa dalla fame e ingrigita dall’invidia verso il restante genere umano. Al momento di aprire bocca, non tace alcune considerazioni che, senza particolare impegno, confermano la bieca mediocrità del suo ragionare e l’insopportabile ovvietà di tanto,superfluo, fiato sprecato. I presenti sornionamente accondiscendono sopportando con affabile rassegnazione una presenza, la sua, che ottunde qualsiasi spiraglio di composta socialità. La mia evidente indifferenza infastidisce lei e fa dispiacere me.
Che tortura nasconderle un inconfessabile segreto: gli ultimi studi in materia di evoluzione sarebbero d’accordo nel ritenere la sua esistenza come un clamoroso malinteso tra adattamento ambientale e mutazione genetica. In buona sostanza, un peccato di gioventù del Creatore.
Che tortura nasconderle un inconfessabile segreto: gli ultimi studi in materia di evoluzione sarebbero d’accordo nel ritenere la sua esistenza come un clamoroso malinteso tra adattamento ambientale e mutazione genetica. In buona sostanza, un peccato di gioventù del Creatore.
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lunedì 4 maggio 2009
I ladri (favola arguta)
Quando i ladri presero la città, il popolo fu contento, fece vacanza e bei fuochi d’artifizio.
La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto del loro governo, riaffermarono il loro diritto alla proprietà. Questo rassicurò i proprietari più autorevoli. Su tutti i muri scrissero:”Il furto è una proprietà”. Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate.
A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, ad un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli, la testa. Poi si sparse la voce che i ladri rubavano. Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno. I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale. Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, onesta, religiosa. Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo. Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti, e si vide che non era possibile farli senza l’aiuto di una grossa organizzazione. Una mattina per esempio, ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia. Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai, treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città. La stampa, dapprima timidamente, insorse:sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, e quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini. Ma vissero sempre felici e contenti.
Nota: I compilatori di un libro di lettura per le scuole elementari mi avevano chiesto una favola arguta per bambini dai sette ai dieci anni. Ho inviato loro questa favola, l’hanno respinta cortesemente, dicendo che “non era adatta”. Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola.
[Ennio Flaiano, “Il Mondo”, 19 gennaio 1960 ]
La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto del loro governo, riaffermarono il loro diritto alla proprietà. Questo rassicurò i proprietari più autorevoli. Su tutti i muri scrissero:”Il furto è una proprietà”. Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate.
A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, ad un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli, la testa. Poi si sparse la voce che i ladri rubavano. Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno. I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale. Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, onesta, religiosa. Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo. Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti, e si vide che non era possibile farli senza l’aiuto di una grossa organizzazione. Una mattina per esempio, ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia. Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai, treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città. La stampa, dapprima timidamente, insorse:sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, e quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini. Ma vissero sempre felici e contenti.
Nota: I compilatori di un libro di lettura per le scuole elementari mi avevano chiesto una favola arguta per bambini dai sette ai dieci anni. Ho inviato loro questa favola, l’hanno respinta cortesemente, dicendo che “non era adatta”. Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola.
[Ennio Flaiano, “Il Mondo”, 19 gennaio 1960 ]
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